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30 Dicembre 2023 ~ 0 Comments

Verso il 2024

La distribuzione del potere nell’Italia contemporanea

C’è un aspetto della discussione politica che merita attenzione. Mi riferisco al terzo mandato e alla richiesta, che sale prepotente dalla periferia, di confermare l’attuale assetto amministrativo, prorogando il ruolo di sindaci e governatori che, pur essendo arrivati a scadenza con le regole attuali, vogliono rimanere in carica.

Beninteso, la richiesta di proroga delle candidature non corrisponde automaticamente alla ri-elezione degli amministratori che superano la soglia dei due mandati. Eppure molti di loro danno per certa questa possibilità.

Per quale ragione? E, perché mai questi “feudatari” locali sono diventati insostituibili agli occhi degli elettori, oltre che dei leader nazionali dei partiti (che teoricamente governano la giostra delle nomine), degli spin-doctor che guidano la selezione politica, dei commentatori “indipendenti”?

Il tema è intrigante perché nasconde debolezze, se non nefandezze, del nostro sistema democratico, che non vanno sottovalutate. 

Prendiamo ad esempio le parole di Salvini, secondo il quale le regole attuali sono un attentato alla democrazia. Cosa nascondono? Due questioni.

  • La prima ragione è la crisi degli apparati centrali, sia dei partiti, che dello Stato. Una crisi che è stata affrontata, durante la Seconda Repubblica, attraverso la strategia della secessione. 

A Nord, “feudatari” ribelli di tutte le regioni si sono uniti nella Lega di Miglio e Bossi, per aumentare il proprio potere nei confronti dell’amministrazione centrale. A Sud, altri “feudatari”, abituati storicamente a negoziare con il centro favori e prebende, hanno perseguito lo stesso obiettivo, sia pure in ordine sparso. I siciliani, puntando sull’autonomia e sul rafforzamento della cultura mafiosa. I campani e pugliesi entrando con forza nei ranghi dei Ghibellini, portandosi appresso logiche camorriste e tecniche proprie della Sacra Corona. I calabresi e i lucani giocando a schema libero, a seconda delle occasioni, schierandosi, di volta in volta coi Guelfi (per far concorrenza a Ndrangheta e Ndrina) o coi Ghibellini.

Insomma: nella Seconda Repubblica del “liberi tutti”, i feudi locali sono diventati più importanti dei partiti e delle corti romane.

  • La seconda ragione è la crisi della strategia salviniana e berlusconiana di conquista del Sud. Il tentativo di costruire una Lega Salvini, contrapposta a Fratelli d’Italia, è fallito. Giorgia Meloni è riuscita, attraverso la lunga marcia esterna alle istituzioni, a disegnare un progetto nazionale più convincente di quello degli alleati e unifica le masse diseredate del Sud, timorose di perdere storiche rendite di posizione, vantaggi da economia sommersa e illegale, flussi di spesa e posti di lavoro sussidiati dal pubblico, con il ceto medio impoverito del Nord.

Insomma: c’è un cambio di leadership nel centro-destra che sposta l’attenzione dei “cacicchi” verso nuove relazioni col centro.

A queste due questioni centrali si aggiunge il fatto che il “lavoro” di sindaco o governatore è diventato un mestiere e gli eletti puntano a rinnovare la carica locale (per arrivare alla pensione), perché altre prospettive di rendita (posti in parlamento o in Europa) sono ampiamente ridotte.

L’estensione dei mandati è dunque sollecitata da forze oggettive e dalla trasformazione del sistema politico italiano in una rete di potentati locali, culturalmente alleati contro il governo centrale. Una situazione analoga a quella presente nell’Italia medievale, dominata dalle Signorie.

Lo scontro tra Giorgetti e Meloni riflette in modo chiaro questa prospettiva[1], così come il pressing leghista nel Veneto, territorio a rischio di scippo da parte di Fratelli d’Italia (che ha imbarcato sindaci a manetta negli ultimi tre anni) e Forza Italia (che a sua volta, grazie all’impegno di Tosi, ha imbarcato sindaci a rotta di collo più di recente).

Una situazione analoga è presente all’interno dell’opposizione. La leadership di Schlein e Conte rappresenta una minaccia per molti governatori e sindaci di territorio, a partire da quelli della vecchia guardia (come Bonaccini) che si sentono ricacciati nel recinto dei “vecchi da rottamare” e resistono con le unghie e con i denti ai leader centrali.

Proviamo a osservare la scena con gli occhi dei “feudatari/signorotti” locali. Lottano per la sopravvivenza, consapevoli del potere accumulato negli anni, grazie alla svolta maturata dopo l’accordo del ’93 e alle riforme promosse da Segni.

Prendiamo due casi esemplari di “feudalesimo resiliente”: De Luca e Zaia. 

Entrambi hanno consolidato un sistema di potere locale, forte ed esclusivo, basato su quattro pilastri: opposizione al potere centrale, accentramento delle decisioni, inquisizione degli avversari, controllo diretto dei media.

Questi “feudatari” dominano la scena sia sulla stampa nazionale, che, soprattutto, sulla stampa locale. Sono in grado di condizionare i leader nazionali del proprio schieramento. Non hanno concorrenti nel territorio, poiché hanno fatto terra bruciata. Hanno a disposizione fondi cospicui per strategie di investimento (vedi autostrade in Veneto e servizi in Campania) che confortano la constituency.

Sono quindi interessati a mantenere la propria posizione di rendita e di ricatto nei confronti dei leader centrali, e in nessun caso sono pronti a sostituirli. Non vogliono essere una risorsa o un agnello sacrificale sull’altare della patria.

Insomma, la polemica sul terzo mandato nasconde una distribuzione del potere e una diffusa cultura del “cacicco” analoga a quella prevalente nel Rinascimento, quando “signorie e feudi” dominavano il panorama italiano, in assenza di un potere centrale degno di questo nome. 

Guardando al 2024, tutto possiamo immaginare, tranne uno scenario di coesione, riduzione del debito e composizione degli squilibri regionali. Visto che le risorse stanno davvero finendo, con gli ultimi scampoli di PNRR, la svendita delle medie aziende e l’investimento di capitali all’estero, è difficile pensare che un sistema così congegnato possa far fronte alle criticità del Paese.

Se osserviamo le strategie di investimento e gli strumenti di programmazione utilizzati dai signorotti locali, non troviamo punte di innovazione che richiamino il genio di Lorenzo il Magnifico, ma più prosaicamente i metodi e la visione di Don Rodrigo.


[1] Galli Della Loggia predica bene, ma razzola male, non cogliendo il nocciolo della questione nel suo editoriale del Corriere della Sera (29 Dicembre 2023), giusto nel giorno in cui si chiude la partita della finanziaria, con Meloni in assenza strategica e Giorgetti con il cerino in mano.

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