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28 Marzo 2021 ~ 0 Comments

Io speriamo che me la cavo

Non abbiamo imparato niente! A un anno di distanza dal primo lockdown duro, siamo tornati al punto di partenza. Ciò significa che dell’epidemia non abbiamo capito nulla e non siamo ancora riusciti a mettere in campo un dispositivo di “resilienza” efficace. Né al centro, né in periferia.

E non possiamo consolarci perché altri paesi europei soffrono le nostre stesse difficoltà. Siamo complici delle scelte comunitarie, responsabili pro-quota dei successi e dei fallimenti conseguiti finora.

Nessun partner UE è in grado di competere nella produzione di vaccini e i fondi destinati alla ricerca, secondo le regole e le procedure dei piani settennali, non colmano il gap esistente nei confronti dei grandi distretti bio-tecnologici e farmaceutici delle due Cambridge e delle università ranking top nelle classifiche mondiali, quasi tutte americane e cinesi. Nessuna regione europea sa come mettere a punto soluzioni efficaci e ciascuna affronta il virus in modo indipendente, senza confrontarsi con le altre. Ripetendo gli stessi errori.

La decisione di convivere con il virus, di scommettere sul rapido ritorno alla normalità, di investire solo ed esclusivamente sulle tecnocrazie ospedaliere e sulla tecnologia dei vaccini, e non sulla logistica del distanziamento e della precauzione sociale e culturale, è un errore condiviso.

Non usciamo dall’epidemia perché non abbiamo uno schema di gioco efficace. Nuova Zelanda senza un morto, Australia con 35 decessi in tutto, Cina e Corea in piena ripresa. In Europa abbiamo sostituito l’onda nazionalista e populista con la restaurazione centralista, ma senza sviluppare gli anticorpi federali e popolari, indispensabili a far fronte ai difetti dell’élite.

Anche nel Nordest italiano, non abbiamo costruito un sistema di apprendimento collettivo, analogo a quello dei distretti manifatturieri degli anni ’80, quello che ha condotto milioni di contadini e tecnici a diventare esperti di tecnologia e ad affermarsi attraverso l’ascensore sociale delle imprese e delle industrie localizzate. Siamo rimasti nella media e nell’ombra. Non abbiamo stupito il mondo e non siamo più modello.

E adesso aspettiamo che l’innovazione venga costruita al centro, nel chiuso di qualche ministero, in qualche grande azienda pubblica, laboratorio universitario o peggio ancora segreteria di partito?

Non funziona così! Io speriamo che me la cavo, senza fare i compiti per casa, è una pia illusione. Dobbiamo invece darci da fare, con concretezza e federalismo. Scovare e promuovere una classe dirigente autoctona che sappia attivare processi sociali innovativi, a casa nostra, valorizzando le nostre specificità, le qualità distintive del nostro sistema produttivo, i punti di forza della nostra società.

Spiace dirlo, ma in questa fase stiamo perdendo la scommessa dell’autonomia.

© Quotidiani Gruppo Editoriale L’Espresso (28 Marzo 2021)

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