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05 Gennaio 2021 ~ 0 Comments

Mattarella dica dove sono i “costruttori”

Il nostro paese si dibatte in una contraddizione apparentemente insanabile. Tutto congiura contro la possibilità che la spesa pubblica concorra a una solida ripresa e all’avvio di una fase di crescita, stabilità e ricostruzione. E intanto tutti auspicano il ritorno alla normalità e alla coesione. Con gli appelli non andiamo da nessuna parte.

La crisi attuale non è il prodotto del Coronavirus, ma del rapido precipitare di una serie di malaugurate coincidenze: il prolungarsi della crisi sanitaria, la totale assenza di idee per lo sviluppo, la sfiducia che dilaga tra i cittadini e gli investitori. L’inizio della fine risale alle elezioni del 2018, dalle quali non è emerso un Parlamento costituente (niente Terza Repubblica, niente balzo in avanti), ma due governi, il primo di centrodestra e il secondo di centrosinistra, che tutto sono stati tranne che governi del cambiamento.

La probabilità che la spesa statale (fondi italiani, in primo luogo, e fondi europei) finisca nel forno è elevatissima. L’assalto alla diligenza della finanziaria e del Recovery Fund è solo una conferma che non c’è resilienza possibile, che la politica è fatta di clientele e non ha una visione. Anche la reazione di Renzi, in questo scenario da Prima Repubblica, fortemente voluto dagli italiani, non fa una piega.

Non è quindi sufficiente che Mattarella dica “Basta litigare! Il 2021 deve essere l’anno dei costruttori”. Il suo auspicio è doveroso, ovviamente. Ma inutile, se non è accompagnato da indicazioni precise. Dove li troviamo i costruttori, in un Parlamento di “rottamatori” e in un paese di vecchie e nuove clientele? Dove sono le forze che possono dare una scossa?

Nelle prime linee delle terapie intensive e nel sistema educativo alcune risorse ci sono. Nelle fabbriche e anche in alcune (rarissime) strutture della PPAA è possibile scovare dirigenti in grado di nominare il futuro in modo concreto, costruendo dal basso soluzioni inedite ai problemi reali. Ma è poca roba! Il resto del panorama è desolante.

Le regioni non sono la culla di un possibile federalismo, ma la roccaforte di un nuovo genere di rottamatori, che gestiscono i trasferimenti statali in modo estrattivo e irresponsabile. Specialisti della conservazione che fanno i sindacalisti del territorio. Le forze sociali sono ormai totalmente disinteressate a proporre nuovi modelli di organizzazione del lavoro e di sviluppo professionale e anch’esse puntano soltanto a conservare le posizioni acquisite nella società signorile di massa, di cui sono parte.

Visto che tra poco si ritrova il pallino in mano, il Presidente della Repubblica, che conosce i suoi polli e ha grande esperienza, non può limitarsi a generici appelli. Deve dire con maggior precisione dove sono i generali del dopo-Cadorna e come possiamo risolvere la contraddizione che abbiamo davanti.

© Quotidiani Gruppo Editoriale L’Espresso (5 Gennaio 2021)

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