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06 dicembre 2018 ~ 0 Comments

Movimenti sociali e governo. Si allargano le fratture

Il dibattito sulla manovra ci consegna un’immagine sempre più nitida della maggioranza emersa dalle urne di marzo e del patto di governo. Le parole d’ordine iniziali (uscita dall’Euro, dietrofront sulla legge Fornero, flat tax) si sono progressivamente stemperate in un progetto di mediazione che tiene conto dei vincoli europei e dei conflitti presenti nella società. Di Maio e Salvini continuano a raccogliere consensi, ma faticano sempre più a costruire un patto soddisfacente per tutti. Tanto che oggi si rimettono al giudizio di Conte.

Quali sono i fatti salienti che giustificano questo esito e quanto può ancora durare l’accordo tra Lega e 5Stelle?

In primo luogo si è fatta più netta la divisione tra Nord e Sud, tra regioni metropolitane moderne e regioni in difficoltà strutturale. Il voto ai 5Stelle nel Mezzogiorno ha assunto i tratti di una rivolta analoga a quella dei Gilet Gialli francesi. Una rivolta contro le élite collocate nei territori di punta (le aree metropolitane del Nord), che non riescono a condividere il proprio successo con le altre comunità nazionali, collocate in territori periferici, attardate su progetti di sviluppo che non tengono il passo con la competizione globale.

 

 

 

 

 

 

In secondo luogo è cresciuta la spaccatura tra ceti produttivi aperti alla concorrenza internazionale e ceti dipendenti dal mercato interno o da una rendita di posizione. Il consenso alla Lega e il dissenso nei confronti del reddito di cittadinanza, derivano, a Nord, da una visione del mondo più vicina a quella dei tedeschi che a quella dei greci e degli spagnoli. La società del Nord è sempre meno propensa a tollerare sussidi interminabili a regioni improduttive, così come non tollera flussi di immigrazione incompatibili con un modello di integrazione ordinata.

In terzo luogo è diventato prevalente un sistema di rappresentanza dei cittadini come consumatori e risparmiatori, più che soggetti organizzati nei luoghi di lavoro. Da questo punto di vista il calo di consensi al Partito Democratico (e anche a Forza Italia) può essere addebitato alla scomparsa del lavoro nel linguaggio della politica e al declino dell’idea che la rincorsa dei paesi avanzati sia un obiettivo ancora prioritario per il sistema paese.

Queste ragioni portano a pensare che il consenso ai leader di maggioranza sia solo un effetto statistico. Il popolo resta diviso in componenti distanti tra loro (vedi movimento pro-Tav a Nord e movimento no-Tap a Sud, incluse le faide regionali sull’autonomia). La divaricazione tra componenti diverse esercita una pressione crescente sui leader di governo, che faticano a trovare una mediazione sostenibile.

Il contratto di governo, originariamente sottoscritto per costruire un’alternativa inedita alle bolse ricette europee, sta progressivamente mancando il suo obiettivo principale.

 

© Quotidiani Gruppo Editoriale L’Espresso (Giovedì 6 Dicembre Novembre 2018)

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