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01 novembre 2018 ~ 0 Comments

Crescita Zero. Manca una politica economica europea

Perché l’economia rallenta? Non vale neanche la pena di ascoltare i commenti di sedicenti esperti convocati nei talk show televisivi. La vice-ministro Castelli addossa le colpe della crescita zero al governo Gentiloni. Il senatore Renzi spara sul governo giallo-verde, come fosse responsabile della stagnazione economica dal momento del suo insediamento. Sono chiacchiere da bar.

Le cause dell’inversione di tendenza nel ciclo economico internazionale sono esterne al nostro paese e alla nostra industria. Non sono determinate dalle decisioni dei governi italiani.

Già all’inizio dell’anno il comparto della moda, molto importante nel nostro paese e nella nostra industria, ha registrato segnali di rallentamento nelle vendite e nei prezzi, a causa di tensioni emerse sui mercati globali. Tensioni indotte dalla politica protezionistica di Trump e dalle reazioni del governo cinese, che si ripercuotono sull’Europa, perché quest’ultima non ha una politica di sviluppo della domanda interna e dipende molto dalle esportazioni.

L’economia mondiale funziona bene nella misura in cui le “locomotive” principali fanno il loro dovere. Per molti anni la Cina ha trainato lo sviluppo attraverso la crescita del mercato interno. Lo ha fatto per dare ai 3 miliardi di cittadini cinesi una prospettiva diversa da quella assicurata dai regimi comunisti del secolo scorso. Ma si è dovuta fermare per l’impossibilità di aumentare le esportazioni, nei settori a basso valore aggiunto. Gli Stati Uniti di Trump hanno fatto da freno, avviando una guerra commerciale, con effetti negativi sul commercio mondiale. E hanno smesso di essere, a loro volta, una buona locomotiva.

L’Europa ne ha fatto le spese, Germania in testa. Quella Germania esportatrice di macchinari e prodotti tecnologici che trascina, a cascata, molti settori manifatturieri in altri paesi dell’Unione. Italia in primis.

In questo contesto, la seconda economia industriale europea, la nostra, si trova particolarmente penalizzata. Teniamo presente che, a parte il turismo, l’Italia non dispone di un altro motore di crescita, oltre la manifattura, poiché non può far conto su uno dei settori a maggiore impatto sul moltiplicatore: edilizia e opere pubbliche. L’edilizia privata è arrivata a un punto di saturazione. Quella pubblica è impelagata in lacci e lacciuoli che la rendono impraticabile.

Per queste ragioni e per la perdurante riduzione della produttività per ora lavorata, le stime di crescita per il nostro paese non possono che essere pessimistiche. E nulla può il governo attuale, anche attraverso un deficit consistente.

L’incertezza a livello globale e l’assenza di un governo dell’Unione Europea sono all’origine della crescita zero. Il prevalere dei sovranismi e la scomparsa di figure importanti come Merkel e Draghi inducono cautela sul 2019 e anche oltre.

 

© Quotidiani Gruppo Editoriale L’Espresso (Giovedì 1 Novembre 2018)

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