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16 ottobre 2018 ~ 0 Comments

Nuove sfide della filiera bio-medicale a Nordest

Componenti del corpo umano fabbricati in materiali bio-compatibili, cannule, attrezzature per l’assistenza sanitaria (a domicilio, negli ospedali e nelle case di riposo), macchinari per sale operatorie, vestiti speciali, componenti di arredo, mezzi di trasporto per persone con disabilità, strumenti di protezione.

Le tecnologie e gli artefatti che appartengono alla filiera bio-medicale presentano livelli di complessità molto diversi tra loro e un diverso contenuto di scienza e tecnologia. Sono tuttavia accomunati da un medesimo codice genetico: devono essere rigorosamente sostenibili e biologicamente neutri.

Più che un settore industriale, la filiera bio-medicale è un modo di guardare il mondo. La popolazione invecchia e la scienza medica trova ogni giorno nuovi metodi di cura delle malattie. Alla filiera bio-medicale spetta il compito di tradurre le scoperte scientifiche in materiali e strumenti più avanzati di analisi, cura e prevenzione.

La produzione di tutto quanto serve alla sanità (ad esclusione dei farmaci) risponde a due caratteristiche speciali:

  1. deve rispettare capitolati tecnici e sistemi di certificazione definiti a livello internazionale (da istituzioni rigorose come la FDA americana)
  2. deve fare della block-chain, della trasparenza e della tracciabilità, fattori di competitività e di innovazione, con percorsi di avanguardia nella sostenibilità ambientale.

Dispositivi che interfacciano la TAC con le tecnologie 3D, bio-materiali per le protesi e le valvole cardiache, bio-plastiche, componenti chimici, bio-chimici, bio-tecnologici, sistemi intelligenti (4.0) per la gestione integrata delle analisi e delle cure.

Nell’area del Nordest sono molte le imprese che si collocano all’interno di questo sistema, pur essendo poco visibili, perché formalmente classificate in settori merceologici tradizionali, disperse sul territorio (a parte una lieve concentrazione attorno ai medico-scientifici di Padova e Verona).

Queste imprese fanno della compatibilità con le funzioni biologiche del corpo umano, della capacità di evitare complicazioni, infezioni o reazioni indesiderate in ogni singolo componente, la chiave di volta del proprio vantaggio competitivo, nazionale e globale.

Sono una filiera “chiusa”. Nel senso che non ammettono inquinamenti indesiderati dall’esterno. Escludono fornitori che non rispettano condizioni molto precise, di qualità e sicurezza, lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.

Ogni componente della filiera deve non soltanto essere progettato e prodotto secondo procedure certificate (in modo che sia sempre possibile identificarne anomalie in tempo utile), ma deve essere anche smaltito (nel caso sia rifiuto non riciclabile), smontato, decomposto, rimesso in circolazione secondo regole e condizioni altrettanto precise e controllate.

Il bio medicale è la quintessenza dell’economia circolare. E’ nato come filiera dell’usa e getta (vediamo l’esempio delle siringhe monouso), ma sta diventando l’avanguardia della lotta agli sprechi, delle tecniche di ri-uso, riciclaggio e ri-generazione, prima ancora e meglio di altri settori industriali (alimentare incluso).

Un esempio? La filiera di gestione degli strumenti e dei capi di abbigliamento per sale operatorie. Come ci racconta Marco Ricchetti (Blumine) nel libro Neo-Materiali nell’Economia Circolare – Moda, una sola azienda oggi si occupa dell’intero ciclo di produzione e distribuzione, ri-uso dei bisturi, dei camici e altri componenti utilizzati dalle equipe di chirurgia. Tutti materiali notoriamente asettici, anti-settici. Nulla è proprietario, tutto in affitto. Altro che car sharing! Proprio nel medicale funziona alla perfezione il dress sharing, lo scalpel sharing e così via. Senza contaminazioni. Paradossalmente è il sistema di mercato più avanzato possibile dell’economia circolare, che permette di innovare la logistica, i materiali, le tecniche di recupero e smaltimento, grazie alla specializzazione. Un’esperienza destinata a contaminare, tecnologicamente e organizzativamente, altri settori e altre filiere.

Il bio-medicale è oggi laboratorio avanzato di un esteso processo di revisione dei sistemi produttivi one-way, che coinvolge diversi settori. Per ridurre gli sprechi e imparare non solo a comporre nuovi materiali attraverso la chimica e la biologia di sintesi (quella che parte dalla tavola di Mendeleev per costruire molecole nuove), ma anche a smontare, pulire, ri-utilizzare i materiali di scarto o a fine vita, per tornare agli elementi puri.

Da quanto detto finora si deduce una considerazione importante. Se trasparenza e tracciabilità sono fattori indispensabili per la gestione sostenibile di questa filiera speciale, le soluzioni testate al suo interno saranno buone in generale.

Per questo tale industria ha un rapporto particolare con il territorio. Ha bisogno di un sistema logistico e informatico di avanguardia, di una diffusa cultura dei materiali e della loro composizione chimica, per diventare vettore di contaminazione positiva e trasferimento tecnologico.

Può prosperare meglio in un territorio sano, che apprende, che consolida una buona reputazione internazionale per qualità della vita, pulizia, cura del paesaggio, conservazione dell’ambiente.

Paradossalmente, per continuare a vincere nel comparto bio-medicale, il Nordest deve continuare a essere territorio di sperimentazione, nella manutenzione dell’ambiente e nella costruzione di nuove infrastrutture dell’economia circolare, della depurazione, oltre che nelle università locali, nel sistema sanitario, nelle cliniche innovative.

Tutto questo ha un impatto positivo più alto della stessa reputazione tecnologica delle singole imprese. Le amministrazioni locali, le utility e non solo le aziende sanitarie, sono avvertite.

 

© Quotidiani Gruppo Editoriale L’Espresso (Martedì 16 ottobre 2018)

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