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03 novembre 2017 ~ 0 Comments

Difficoltà crescenti per i giovani sul mercato del lavoro

Anche gli ultimi dati sul mercato del lavoro confermano che l’Italia non è un paese per giovani. Mentre la disoccupazione giovanile non accenna a diminuire, sta invece aumentando il tasso di occupazione dei lavoratori sopra i 55 anni.

I giovani italiani sembrano perciò destinati a un vicolo cieco: costretti a tipologie di lavoro precario e a retribuzioni più basse dei genitori, si trovano oggi a pagare le pensioni dei padri senza avere le stesse prospettive previdenziali.

In questa situazione le famiglie cercano di sostenere i figli attingendo alle riserve di risparmio, accogliendoli in casa più a lungo degli altri giovani europei e iniziando solo ora, con grande ritardo, a riflettere sulla crescente disuguaglianza di opportunità tra generazioni più che tra ceti sociali.

Quale causa può spiegare una situazione che sta minacciando quel patto inter-generazionale senza il quale nessuna società può reggere a lungo?

La maggioranza dei commentatori sostiene che la penalizzazione dei giovani dipende dalla riforma Fornero, che costringe i lavoratori più anziani a rimanere in attività più a lungo del passato, per contribuire al monte pensioni in deficit strutturale. Altri, osservando i dati sull’occupazione, sostengono che gli interventi del Jobs Act sono stati efficaci dal punto di vista congiunturale, nel senso che sono evidentemente responsabili del picco di assunzioni avvenuto dopo la riforma, ma non è detto che contribuiscano a una riorganizzazione strutturale del mercato del lavoro.

C’è tuttavia una tendenza di lungo periodo che mi pare trascurata dalle analisi e che potrebbe contribuire a spiegare i fenomeni in atto. Mi riferisco agli effetti delle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro avviate vent’anni fa dai primi governi della Seconda Repubblica, in particolare da Ciampi e Prodi.

 

 

 

 

 

 

Oggi giungono a maturazione i calcoli di coloro che sono entrati nel sistema contributivo INPS nel 1996. Questi lavoratori, adesso over 50, riscontrano loro malgrado che il montante pensionistico accumulato è “strutturalmente” inferiore alle loro esigenze di reddito. Di conseguenza non hanno alternativa – Fornero o non Fornero – che continuare a lavorare, anche se sono stanchi e desiderosi di lasciare il campo a qualcun altro. Per la prima volta dal dopoguerra un cinquantenne si accorge che, tra aspettative di vita, reddito pensionistico, carico famigliare, la sua condizione di pensionato rischia di essere ampiamente peggiore di quella in vita attiva e non può permettersi di ritirarsi.

Questa percezione, vera o presunta che sia, non era presente nella Prima Repubblica e nelle famiglie guidate da lavoratori classe 1952 o precedenti. La vera svolta strutturale è proprio questa. Arrivano al pettine nodi che si sono tenuti nascosti per oltre vent’anni. E sono nodi che nessuna politica sociale e pensionistica può sciogliere facilmente. A meno di una forte ripresa economica e demografica che, tuttavia, non sembra dietro l’angolo. Quanto meno non appare in nessuna agenda politica oggi in discussione.

 

© Quotidiani Gruppo Editoriale L’Espresso (Venerdì 3 novembre 2017)

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