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30 giugno 2017 ~ 0 Comments

La politica industriale e il “buco nero” della Regione Veneto

Il presidente Unioncamere Veneto (Giuseppe Fedalto) in una sua intervista di fine gennaio così stigmatizzava la politica regionale di sostegno allo sviluppo e all’innovazione: se continua così, l’applicazione dei FESR non porterà alcun beneficio al territorio e la Regione Veneto non riuscirà neppure a spendere la risorse che l’Europa mette a disposizione del nostro sistema produttivo.

Quali sono le ragioni di un simile attacco alla programmazione regionale, definita distributiva a pioggia in un altro passaggio dell’intervista?

E’ presto detto con qualche esempio di applicazione delle norme contenute nella legge regionale per le reti di imprese, le Reti Innovative Regionali e Distretti.

I dirigenti che amministrano tali norme si attengono a un principio, in apparenza ineccepibile: la Regione non ha e non vuole avere una propria strategia di pianificazione dello sviluppo; non solo non ha i mezzi per ipotizzare una politica industriale, ma si affida in toto alle proposte e ai progetti che emergono dalla società civile, nella misura in cui questa si presenti sotto forme organizzate, come le reti di imprese (soggetto giuridico), le RIR e i Distretti (capitanati da fondazioni, consorzi e altre entità con personalità giuridica).

In parole povere la Regione, attraverso i suoi dirigenti, si ispira all’idea che la pianificazione dall’alto è piena di incertezze, foriera di abbagli illuministici e di errori di valutazione, e dunque conviene affrontare il tema dello sviluppo dal basso, attraverso la selezione di progetti “concreti” degli attori sociali, che si assumono responsabilità di spesa, per nome e per conto della porzione di sistema (industriale o territoriale) che rappresentano.

Qui nasce il problema! Quali criteri di selezione adotta una Regione che rinuncia per principio a una “propria” visione del territorio e dello sviluppo?

Nel caso delle reti di imprese si affida a un clic, a bandi aperti per pochi minuti, nel corso dei quali passa chi è più fortunato e rapido, o collocato in prossimità di accessi alla banda meglio strutturati. Nel caso delle RIR e dei Distretti, la Regione si affida alla casualità delle proposte che arrivano dal basso, dalle organizzazioni delle imprese, dell’università e della società civile, che sono in grado di presentarsi agli uffici regionali.

E come interagisce la Regione con queste proposte che arrivano a casaccio dalla spontanea auto-organizzazione dei ceti produttivi (coalizioni opportunistiche che danno l’assalto alla spesa pubblica distributiva)?

Chiede ai soggetti giuridici che assumono ruolo di rappresentanza non solo di elaborare un piano di sviluppo (di una rete tematica o di una filiera produttiva), ma anche di gestire l’allocazione dei fondi e la rendicontazione. In altri termini, la Regione Veneto, “firma un contratto di out-surcing” nel quale il soggetto giuridico rappresentativo (di istanze distrettuali e reti di innovazione tecnica selezionate dalla burocrazia e dall’università – Univeneto in particolare) assume, a proprio rischio e pericolo, tutte le responsabilità di pianificazione strategica e di gestione operativa (rendicontazione) delle risorse messe a disposizione dall’Europa, tramite la Regione Veneto, che il soggetto stesso “distribuisce” alle imprese (piccole) e ai centri di ricerca che sono beneficiari dei fondi (FESR in particolare).

Attenzione! L’ente giuridico che opera in outsurcing (il presidente o il rappresentante legale del medesimo) non riceve “nulla” in cambio (per legge regionale), nonostante si assuma pesanti responsabilità e una mole non irrilevante di “lavoro”.

Perché mai tale ente giuridico dovrebbe assumersi tanta responsabilità, in cambio di nulla?

Non sta in piedi. Non è razionale se non in una logica contorta di

  • irresponsabilità dei funzionari della Regione, che a questo punto svolgono soltanto il ruolo di garante delle procedure (europee?), valutatori di ultima istanza della qualità della rendicontazione e della correttezza formale delle proposte di sviluppo, e, sottobanco, delle clientele più vicine alla giunta regionale;
  • complicità dei responsabili dei soggetti giuridici in “outsurcing”, che svolgono funzioni di faccendiere nel disbrigo delle pratiche regionali ed europee, per nome e per conto dei destinatari (clientes) che troveranno il modo, più o meno lecito di ricompensare il mediatore.

Ecco perché la politica regionale di sviluppo del Veneto rischia non solo di essere irrilevante, non solo di non in grado di allocare le risorse che l’Europa mette a disposizione del sistema, ma anche foriera di relazioni opportunistiche e distorte tra agenti della società civile e “intermediari”.

Solo funzionari delle associazioni o delle università, ben protetti politicamente e assicurativamente dalla casa madre, possono avventurarsi a firmare contratti di outsurcing così rischiosi. Non di certo rappresentanti autentici della società civile e delle organizzazioni e consorzi tra imprese che nascono dal basso con idee buone, a volte ottime, ma che hanno un gran bisogno di coordinamento e di aiuto “efficiente” dalla Regione e non possono assumere rischi superiori al patrimonio personale disponibile.

La mancanza di un piano di sviluppo serio, di un Ente Regione degno di questo nome, organo di pubblico servizio (programmatorio) che sappia pianificare industria e territorio, blocca seriamente le istanze dal basso (quelle autentiche e non quelle pilotate ovviamente) che hanno bisogno di crescere, di apprendere, attraverso un percorso interattivo con le competenze regionali.

Se le funzioni regionali non esistono più, oppure diventano una sorta di notariato senza responsabilità e valore aggiunto, oppure ancora “centrali di appalto” per processi distributivi della UE, a che serve l’ente Regione medesimo?

A distanza di alcuni mesi, visto il buco nero delle politiche di innovazione della Regione Veneto, dobbiamo dire che aveva ragione Fedalto e hanno ragione ancora oggi le categorie di Arsenale #2022 a stigmatizzare un percorso di sostegno allo sviluppo inesistente, dannoso per il funzionamento del mercato e della società civile, irresponsabile nelle malefatte che produce (come Innovarea e Veneto Nanotech stanno a dimostrare…).

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