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08 marzo 2017 ~ 0 Comments

Roma o Bruxelles?

Il processo costituente della nostra identità nazionale è stato lungo e complesso. Da una molteplicità di società e culture regionali (eredità di un passato “comunale” e di “città stato/città impresa” a nord di Roma e di un passato di feudalesimo prolungato a sud) siamo arrivati ad un’idea comune di paese in più di cento anni, con due guerre tremende come bagaglio di esperienza collettiva.

I capisaldi della nuova comunità nazionale sono i comuni “standard” e alcune funzioni distribuite sul territorio:

  • il segretario comunale
  • la scuola elementare (con il libro Cuore e i programmi di Benedetto Croce)
  • la chiesa, gli asili e gli ospedali affidati alle suore
  • la caserma dei Carabinieri
  • la stazione delle Ferrovie dello Stato (come simbolo di modernità)
  • il monumento a Garibaldi e ai caduti della Grande Guerra

L’Italia “nazione” è tutta qui, nei libri di testo delle elementari e delle medie, nelle poesie di D’Annunzio, nei romanzi di Pavese e Calvino, nella retorica della Resistenza e della “liberazione” dal Fascismo, nelle relazioni di prossimità “comunale”.

La provincia è arrivata dopo, così come le funzioni sanitarie regionali.

E il profilo dell’italiano medio (standard) è diventato quello del romano poco efficiente, del funzionario pubblico infiltrato nei territori periferici, forte del ruolo di “interprete autentico” dello Stato, incapace di atteggiamenti pro-attivi, ostacolo allo sviluppo personale e produttivo, più che risorsa. Soggetto sociale legato culturalmente ai “costi standard”, alle buone pratiche e alle procedure che, di volta in volta, sono definite a Roma, come guida, come esempio di modernità.

Viste le resistenze dell’economia e della società locale, lo Stato ha poi inventato i prefetti e le agenzie provinciali di “standardizzazione” dello sviluppo, le Camere di Commercio. E’ stata, questa, la grande invenzione del Fascismo, impegnato nella costruzione del cittadino “standard” e di una società piegata allo stile dell’antica Roma: tutti uguali, in camicia nera, per superare le differenze regionali, per rimarcare, anche nella divisa fisica, l’omologazione del pensiero intellettuale.

 

 

 

 

 

 

Contro questo template, contro lo schema fisso, pre-confezionato, è nata la “resistenza”, liberando risorse vive e imprenditive, soprattutto nei territori più lontani da Roma. Come nel Rinascimento, ha dato vita a un modello di economia e società invidiato in tutto il mondo (quello dei distretti e dei territori produttivi). Per un po’ questa è diventata la nostra identità provvisoria, la nostra bandiera, subito riassorbita dalla retorica della piccola impresa debole, dello stato assistenziale che usa le strutture provinciali come strumento di standardizzazione.

E questo passaggio si è confuso con l’Europa nascente, con i programmi quadro, con i nuovi federali in arrivo da Bruxelles, con le “regioni” strumento attivo di un nuovo modello di standardizzazione, alternativo a quello italiano.

E qui anche il Bossi della prima ora fantasticava di Europa, come strumento di liberazione dallo stato nazionale. Quell’Europa che, in anni più recenti, è diventata simbolo di oppressione, se possibile, ancora maggiore dello stato nazionale.

Oggi che torniamo a ragionare di Europa e di processo costituente dell’europeo medio (standard) dobbiamo porci gli stessi dubbi e gli stessi problemi che abbiamo affrontato per lo stato nazione e il fascismo.

Quale Europa? Quale europeo medio (standard di riferimento)? Quali funzioni trasferire al governo/parlamento federale? Cosa tenere a livello regionale o addirittura comunale?

I capisaldi della comunità europea sono gli “standard” tecnici e i template di accesso ai fondi. Non ci sono “funzionari europei” sul territorio, ma “indigeni addestrati” all’uso della “rete”, del linguaggio e degli standard di accesso ai “benefici” europei.

Nello schema dell’attuale Europa non ci sono cittadini con diritti e doveri, ruoli, responsabilità fiscali e strumenti di controllo. Non ci sono prefetti, presidenti di provincia o di Camera di Commercio.

Ci sono bandi, template e beneficiari. Non ci sono

  • il segretario comunale o il presidente di regione “europeo”
  • un percorso scolastico “europeo” (con il Manifesto di Ventotene, il Diario di Anna Frank e altro di analogo nel programma obbligatorio)
  • strumenti assistenziali e di assistenza “europei”;
  • caserme della milizia “europea”
  • monumenti a De Gasperi, Delors, Prodi
  • una lingua comune

Ci sono invece

  • il cv formato europass e le procedure per diventare “giovani” Erasmus
  • le corsie preferenziali agli aeroporti “Schengen”
  • i template e le agenzie di “progettazione europea” (per accedere alla distribuzione di fondi e “benefici”)
  • i sistemi di rendicontazione e i “santoni” delle tecniche di accesso ai bandi
  • l’Euro e le sue spine
  • la BCC e le altre agenzie di controllo delle direttive

L’Europa di oggi è tutta qui, nei vincoli di Maastricht e nella “rete”, nel “sistema parallelo” a quello delle istituzioni nazionali e regionali (che restano in piedi e contano più di prima, nell’Europa Unita). L’Europa si infiltra nel territorio attraverso la sua “rete” (esattamente come nel caso dei 5 Stelle), fatta di affiliati volontari che “sanno come usarla” e di agenzie private/onlus accreditate. Ma non cambia l’identità locale. L’Europa è un corpo estraneo. Incombe, ma non è invasiva. Produce buone pratiche, ma non impone “standard” di organizzazione. Non ha funzionari medi: ipotizza un rapporto standard tra cittadini/beneficiari e Commissione.

In questa “crepa” si inserisce il nostro discorso sul possibile riscatto delle regioni, in un quadro federativo nuovo.

Oggi la Regione Veneto è un mero “distributore” di quattrini (europei), che seleziona “beneficiari” (veneti) in base a regole ibride, a metà strada tra RIS3 e vecchie clientele. Organizza adunate di aspiranti “beneficiari”, nelle quali educa gli adepti (già iniziati al linguaggio e alla cultura della “rete europea” – H2020, RIS3, FESR, ecc.) a concordare progetti e programmi di spesa “ammissibili e rendicontabili”, a prescindere dal contenuto e dalla coerenza di ognuno di questi con la progettualità regionale (programmazione). La Regione “subisce” gli standard europei, le linee guida della programmazione, i template della Commissione e le formule magiche dello sviluppo smart, sustainable, circular e via dicendo, senza reagire. Non ha voce propria, non ha autonomia, non propone una visione unitaria del sistema regionale, non vede il Veneto Centrale, non discute di economia, di sviluppo e di società. Non dialoga/negozia con Bruxelles.

 

 

 

 

 

 

Parla di sanità con il governo nazionale, di progetti di “assistenza” alle imprese (piccole) con le associazioni, di sostegno ai comuni disastrati dagli immigrati indigesti e dalle emergenze occasionali (es. Recoaro e le sue terme, Conegliano e le sue Elettrolux, Amatrice e il terremoto), distribuisce briciole ai pensionati, alle associazioni di volontariato, agli asili, alle sagre e alle organizzazioni culturali “autoctone”…

Come possiamo trasformare la Regione Veneto in uno strumento moderno, di supporto alla cittadinanza produttiva, di trasformazione dello spazio regionale in un sistema negoziale con l’Europa? Come possiamo costruire un’identità europea forte dei nostri funzionari e dirigenti?

Ci poniamo queste domande nella ricerca di un manifesto per l’autonomia e dobbiamo decidere se l’interlocutore è Roma o Bruxelles. Oggi siamo in mezzo al guado. Ma dobbiamo muoverci in una direzione, altrimenti restiamo a bagno senza risultati.

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