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19 novembre 2016 ~ 0 Comments

Il futuro delle banche di territorio nel Veneto

L’analisi prodotta dall’Ufficio Studi Unioncamere sulla crisi delle due popolari venete solleva alcuni interrogativi importanti a proposito di rapporto risparmio-investimenti nel nostro territorio.

In primo luogo: cosa intendiamo per territorio? Ci interessa ancora organizzare il risparmio e l’investimento a livello di quartiere, comune, provincia? Oppure dobbiamo pensare a una dimensione più ampia, sovra-comunale e sovra-provinciale?

In secondo luogo: come pensiamo debba funzionare la governance di una banca a capitale diffuso, popolare o BCC non importa, che coinvolga tanti piccoli azionisti, nelle decisioni di investimento e sviluppo? Puntiamo ancora sulle grandi assemblee a democrazia diretta oppure mettiamo a punto sistemi di controllo e indirizzo più sofisticati?

In terzo luogo: come immaginiamo il rapporto tra piccoli azionisti e imprese nel nostro territorio? E’ ancora la banca lo strumento migliore per intermediare il risparmio o esistono altri strumenti che avvicinano investitori potenziali ai progetti di impresa?

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Prima di dare una risposta a queste domande voglio ricordare che acquistare azioni di un’impresa (sia questa un’industria manifatturiera o una banca) implica sempre un atteggiamento responsabile e attivo. E’ sbagliato limitarsi a valutare il rendimento atteso.

Detto questo, torno alle questioni poste dalla ricerca Unioncamere (link presentazione)

Il territorio sul quale dobbiamo investire non è più quello degli anni ’60. Dobbiamo organizzare uno spazio metropolitano di classe mondiale, un territorio pedemontano che deve continuare a essere un grande “quartiere manifatturiero”. Non ha più senso parlare di una popolare vicentina distinta da una popolare trevigiana. Serve una banca per il manifatturiero, una banca del Nordest.

Per quanto riguarda la governance è altrettanto evidente che non possiamo affidarci alle associazioni di categoria come unico strumento di organizzazione dei soci. Tale strumento è inadeguato alla complessità del progetto ed espone la futura banca territoriale al rischio che il conflitto di interessi impedisca ancora una buona allocazione del capitale.

Il terzo aspetto è ancora più importante. Per riorganizzare il sistema del credito dovremo rompere il monopolio del sistema bancario (anche popolare e cooperativo). Nella canalizzazione del risparmio locale e del capitale di rischio, verso le imprese e i progetti di innovazione del territorio, dovremo utilizzare altri strumenti. Finché il sistema bancario non avrà concorrenti, continuerà per forza a essere inefficiente.

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