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05 ottobre 2016 ~ 0 Comments

Italia, referendum e grande declino

Giorgio Napolitano, nei giorni scorsi, ha bacchettato Renzi, perché la sua strategia politica sta mettendo a rischio le riforme. Dobbiamo ricordare che è stato lui a scegliere Renzi, per tenere il sistema Italia lontano dal default, dopo Monti e Letta. Si capisce che è preoccupato.

L’Italia ha il 10% del debito pubblico del mondo, a fronte di un PIL del 2.4%, una popolazione anziana più alta che in altri paesi, un tasso di attività più basso, grandi difficoltà a mettere i giovani talenti al lavoro e la produttività in caduta libera da oltre vent’anni. Con questi fondamentali è sull’orlo di una situazione “argentina” e per questo, dal 2011 a oggi, ha dovuto darsi governi di emergenza, quello di Renzi incluso.

L’Italia è in crisi, perché ingessata da un sistema di regole cresciuto a dismisura per tutelare l’apparato amministrativo, più che i cittadini e le imprese: è una burocrazia e sempre meno una democrazia. Per questo deve cambiare verso, cambiare le istituzioni e le regole di governo. Napolitano lo sa e ha, a suo tempo, rassicurato la comunità internazionale, prima con Monti e poi con Renzi, il piè veloce.

Errori di percorso non devono farci dimenticare che un’eventuale mancata conferma delle aspettative mondiali è un grosso rischio per l’Italia. Un esito negativo del referendum potrebbe indurre effetti peggiori di quelli della Brexit sull’Inghilterra, visto che non abbiamo una moneta indipendente, non siamo un polo della finanza globale e dobbiamo esportare.

 

niall-ferguson

Niall Ferguson (autore de Il grande declino) sottolinea i rischi del referendum costituzionale (v. intervista di oggi sul Corriere) con una chiave di lettura analoga a quella che utilizzo in questo articolo. Ovviamente sono debitore a Ferguson di una parte della mia riflessione sul mondo (a proposito di economia e guerra in Europa). Sarà che Ferguson è scozzese…

 

 

Questo genere di considerazioni è già presente nella testa di molti cittadini del Nordest, e non solo degli imprenditori di Confindustria già schierati a favore di Renzi, altrimenti i dati Demos non darebbero un vantaggio al Sì, sia pure tra mille dubbi e moltissime incertezze, in una regione dominata dalla Lega. Il Nord e il Nordest hanno molto da perdere da un fallimento di Renzi.

Interpretare il referendum come un plebiscito a favore o contro questo governo di emergenza è quindi un errore. Semmai bisognerebbe criticare Renzi, perché non ha fatto interventi ancora più radicali di quelli chiesti da Napolitano. E ha rallentato il passo. Bisognerebbe condizionarne il cammino.

Logica vorrebbe che nascesse un movimento di “responsabili ostili a Renzi”, capace di aprire un contezioso con il fronte del Sì, senza negare la riforma costituzionale all’Italia. Precisando le mosse successive. Questa posizione, non facile da gestire, potrebbe conquistare consensi tra gli indecisi del Nord. Votare Sì al referendum e poi chiedere una verifica su un programma rigoroso di più intense riforme amministrative, consentirebbe di chiudere l’emergenza e richiamare Renzi al compito storico che gli è stato assegnato.

Bloccarne l’iniziativa, invece, per timore di una deriva autoritaria e anti-democratica non ha proprio senso. A meno che non si voglia spaccare tutto, senza neanche curarsi di raccogliere i cocci. Al Sud.

 

Pubblicato su Il Gazzettino del 5 ottobre 2016 (© Il Gazzettino)

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